Critica da parte di
Giorgio Seveso

In fondo si può dire che davvero appare curioso come proprio oggi che l'estetico, l'immaginario ed il visivo sono divenuti parte così importante e qualificante della nostra cultura collettiva, la pittura sia invece ancora relegata al ruolo - certo prestigioso ma piuttosto elitario - di status symbol, come qualcosa di sostanzialmente estraneo alla vera sensibilità di tutti e che acquista "valore" solo nella sua natura d'oggetto, di merce esclusivamente destinata al possesso privato. E, accanto a questa curiosa incongruenza, appare inoltre difficilmente comprensibile come la sensibilità collettiva – quella cioè che "va per la maggiore" – non badi assolutamente più all'oggetto vero della pittura, cioè alla sua natura estetica costitutiva, ai suoi autonomi e intrinseci valori, per prestare attenzione, invece, solamente ai suoi aspetti mondani, transitori: ai suoi aspetti di "moda".


Siamo di fronte qui ad un artista che, rispetto a ciò, ha imboccato con grande e suggestiva chiarezza una strada diversa. Che non si è lasciato, in altre parole, sedurre dagli orientamenti di un facile successo o dagli adeguamenti possibili - oggi purtroppo praticati da molti suoi colleghi – di un talento che egli possiede in misura davvero indiscutibile.

Morandin dimostra di avere, verso la pittura, lo sguardo degli artisti del Seicento, e di quegli antichi Maestri ha davvero la medesima pazienza e perspicacia artigianale, la stessa disposizione interiore a spendere tutto se stesso nella definizione di una espressività che tien conto della precisione espressiva dei motivi poetici, dell'amore per il ben fatto, delle ragioni decisive del "mestiere".

 

C'è in questo un'altissima tradizione che ha attraversato tutta la storia della pittura anche moderna e contemporanea, dalla Nuova Oggettività tedesca a Cagnaccio di San Pietro, a Pietro Annigoni, a Sciltian e quant'altri, per finire anche a taluni aspetti dell'iperrealismo internazionale nelle sue varie modulazioni: una tradizione che Morandin, tuttavia, viene leggendo soltanto come attiva nostalgia di un mestiere per tanti versi tramontato, come sopravvivenza di una qualità dell'impegno pittorico che ha avuto ed ha un suo preciso rigore, un suo suggestivo fascino non contingente.


Nel calore di una tale intensa tradizione egli talvolta si lascia innamorare da un eclettismo folto di troppo amore: i suoi nudi ed i suoi ritratti sono, infatti, diversi per intensità ed enunciazione dai suoi persuasivi paesaggi, in cui è veramente straordinario, ed anche dalle altrettanto convincenti e personali nature morte in cui circola, sempre, come un'aria di immobilità e di straniamento metafisico di suggestivissimo effetto. Sonio appunto variazioni di tono, di gusto e di riferimenti, per non dire proprio di linguaggio espressivo, assai notevoli, quasi come se, talvolta, ci trovassimo di fronte a tre diversi artisti uniti dalla stessa mano. E' un difetto? Certo, tale pluralità può talvolta sconcertare lo spettatore sgranando l'attenzione e la concentrazione poetica.

E' una qualità? Altrettanto certamente, c'è qui la testimonianza di una copiosa ricchezza di mezzi espressivi e di "mestiere" compiuto in grado di dominare disinvoltamente ed efficacemente più registri simultanei. E, dunque, su questo punto non c'è che da sospendere il giudizio.

Giorgio Seveso